sulla violenza

Di nuovo allo specchio.

Questa volta, la superficie non mi restituisce solo quello che voglio io, ma vi è riflessa la realtà. Mi guardo: cos’ è che mi ha resa così?

La parola violenza è spaventosa. Soprattutto quando capisco di sapere soltanto per metà cosa voglia dire davvero. Quando penso alla violenza fisica le cose sono chiare. Ma quando la violenza condiziona, lascia tracce invisibili, sfuggenti… quando insomma la violenza è psicologica?

Mi guardo allo specchio e mi rendo conto che è di questo che si tratta.

Ci sono cicatrici che vedo soltanto io, afasie sinora inspiegabili anche a me stessa.

Comprendere il lato apparentemente invisibile della violenza, disinnescarlo, stanarne i meccanismi. Imparare a difendersi dagli altri, e forse anche da me stessa.

fare spazio ad una nuova stagione

La bella stagione sta arrivando: improvvisamente, aprire l’armadio è un gesto opprimente. Tutti quei tessuti pesanti, tutte quelle lane stipate nel mio piccolo armadio tolgono aria, fanno venire l’istinto di buttar via tutto.

Soppeso con aria insoddisfatta i capi lì appesi, così démodé, così poco minimali. È ora di fare un cambio d’armadio, rendere attuale almeno il guardaroba per la bella stagione; il resto lo metterò via, ci penserò il prossimo autunno.

Metter via… dove? La casa è piccola,  devo condividerla con altri, ogni minimo spostamento deve essere attentamente pianificato; come giocare a tetris, insomma, ma con scatoloni pieni di roba: abiti vecchi abiti imbarazzanti bomboniere mostruose vecchi scontrini biglietti del cinema agende usate scartoffie boccette di profumo vuote ricordi vari.

Un mostruoso blob capace di ingrandirsi ed espandersi fino a fagocitare tutto lo spazio disponibile.

Guardo l’armadio, apro cassetti, sfoglio faldoni: è davvero troppo.

Ora, ho bisogno di spazi vuoti, materiali semplici, forme pulite e, forse, di qualche tocco di colore. E se è vero che esiste una correlazione tra il mettere ordine tra le proprie cose e rimettere in ordine l’assetto della propria psiche, direi che sono sulla strada giusta.

Il passato è solo un ingombro pesante, l’immagine opaca e asfissiante di qualcosa che non mi rappresenta più. C’è una nuova stagione che sta arrivando, e bisogna farle spazio.

Sadismi

Che le festività debbano essere un momento di gioia, affetto e vicinanza umana è una forma di ingenuità a cui non credo più.

Le feste comandate sono invece, nella vita quotidiana, l’occasione d’oro per sfogare liberamente i pensieri più vili e per manifestare i più sottili sadismi.

Basta dover condividere la giornata con lontani parenti, tra i quali magari c’è qualcuno con cui in passato ci sono stati degli screzi, per sentirsi in diritto di tirare bottoni, lanciare occhiatacce,  o per ostentare freddezza. O magari non si tratta di lontani parenti,  si tratta delle persone con le quali si vive, si lavora. Quelle con cui si condivide il desco familiare.

Basta un pranzo per mandare  in frantumi quella fragile crosta di cortesia ed educazione – o forse, ipocrisia – che, tutto sommato,  facilita le interazioni sociali e fa in modo che gli umani non si ammazzino tra di loro, neanche a parole.

Ecco che ho scritto un post forse un po’ retorico; a questo punto, sarebbe arrivato il momento della morale: ma le parole per parlare di morale non le ho, così come mi mancano le parole per reagire a queste forme di sadismo.

Quit Your Crappy Job Day

Oggi ricorre una data piuttosto particolare: l’ International Quit Your Crappy Job Day.

Un invito che potrebbe sembrare scriteriato, da irresponsabili – specie in questi tempi di crisi – eppure… con quanta gente infelice abbiamo a che fare, quotidianamente? O magari gli infelici siamo noi, piccoli schiavi con salari ridicoli?

Lasciare un lavoro non è cosa da poco, richiede riflessione e una attenta pianificazione. Non sempre è necessario: potrebbe anche bastare mettere i puntini sulle i.

Una cosa è certa: è proprio quando ci sentiamo infelici che dobbiamo fare qualcosa… e il Leave You Crappy Job Day potrebbe essere il momento giusto per pensare a come cambiare in meglio il nostro lavoro.

Orgoglio e Pregiudizi

Leggendo un post di Giovanna Cosenza  pubblicato qualche giorno fa, ho scoperto una interessante campagna: Love Has No Labels, realizzata da Ad Council.

Il video, ormai diventato virale, merita sicuramente di essere visto; ciò che ha colpito di più la mia attenzione sono però i materiali del sito, interamente dedicato al tema dei “pregiudizi nascosti”: quei subdoli pensieri di cui a volte non siamo nemmeno consapevoli ma che, spesso, fanno la differenza in fatto di discriminazione.

Purtroppo i pregiudizi sono difficili da sconfiggere, specialmente quando li abbiamo appresi in famiglia o dai nostri amici… e neutralizzarli è un compito che non può essere fatto una volta per tutte. Per questo, ho approfittato del test presente sul sito per fare un check-up dei miei “pregiudizi nascosti” e… ho avuto qualche piccola sorpresa che non mi aspettavo.

Cosa fare in questi casi? Forse neutralizzare in modo interiore i propri pregiudizi non è più sufficiente: è necessario alzare la testa e dissentire quando qualcuno ammorba l’aria con vecchi pregiudizi e stupide etichette.

Hatra è nostra

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Mi arriva notizia della distruzione del sito archeologico di Hatra (Iraq), da parte dei miliziani dell’ISIS.

Ecco la bella immagine del fondamentalismo moderno: cancellare il passato, distruggerlo, per poi sostituirlo con un eterno, violento, perverso presente.

Non crediamo che la cosa non ci riguardi, perché l’Iraq è lontano: quello che questi miliziani hanno fatto è appropriarsi con la forza del passato, delle sue vestigia, e cercare di cancellarlo. Uno sfregio che è, in realtà, un affronto a tutti.

Forse l’unico modo che una persona comune ha di opporsi a tutto questo è coltivare la memoria, conoscere il passato ed esserne consapevole, sia che si tratti della storia della propria collettività che di quella familiare, personale.

Non si va da nessuna parte, non si fa niente di buono, senza conoscere la propria identità.