Quit Your Crappy Job Day

Oggi ricorre una data piuttosto particolare: l’ International Quit Your Crappy Job Day.

Un invito che potrebbe sembrare scriteriato, da irresponsabili – specie in questi tempi di crisi – eppure… con quanta gente infelice abbiamo a che fare, quotidianamente? O magari gli infelici siamo noi, piccoli schiavi con salari ridicoli?

Lasciare un lavoro non è cosa da poco, richiede riflessione e una attenta pianificazione. Non sempre è necessario: potrebbe anche bastare mettere i puntini sulle i.

Una cosa è certa: è proprio quando ci sentiamo infelici che dobbiamo fare qualcosa… e il Leave You Crappy Job Day potrebbe essere il momento giusto per pensare a come cambiare in meglio il nostro lavoro.

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Orgoglio e Pregiudizi

Leggendo un post di Giovanna Cosenza  pubblicato qualche giorno fa, ho scoperto una interessante campagna: Love Has No Labels, realizzata da Ad Council.

Il video, ormai diventato virale, merita sicuramente di essere visto; ciò che ha colpito di più la mia attenzione sono però i materiali del sito, interamente dedicato al tema dei “pregiudizi nascosti”: quei subdoli pensieri di cui a volte non siamo nemmeno consapevoli ma che, spesso, fanno la differenza in fatto di discriminazione.

Purtroppo i pregiudizi sono difficili da sconfiggere, specialmente quando li abbiamo appresi in famiglia o dai nostri amici… e neutralizzarli è un compito che non può essere fatto una volta per tutte. Per questo, ho approfittato del test presente sul sito per fare un check-up dei miei “pregiudizi nascosti” e… ho avuto qualche piccola sorpresa che non mi aspettavo.

Cosa fare in questi casi? Forse neutralizzare in modo interiore i propri pregiudizi non è più sufficiente: è necessario alzare la testa e dissentire quando qualcuno ammorba l’aria con vecchi pregiudizi e stupide etichette.

Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino della libertà

“La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole”.

Grafemi

Sono sempre stato del parere che il vero scopo di chi legge è trovare le proprie parole – quelle che si volevano dire da sempre – nei libri o nei discorsi degli altri: il piacere di vedere il proprio pensiero messo su carta, in un modo che noi non saremmo neanche riusciti a immaginare.

Ieri mi si è rinnovato quel piacere leggendo il discorso che Ursula Le Guin ha tenuto qualche giorn fa, ricevendo la MEDAL FOR DISTINGUISHED CONTRIBUTION TO AMERICAN LETTERS, assegnata dalla stessa associazione che assegna il National Book Award, uno dei premi letterari più prestigiosi al mondo (tra gli altri vincitoro di questa medaglia ricordiamo Toni Morrison, John Updike, Arthur Miller, Norman Mailer, Joan Didion, Tom Wolfe, Ray Bradbury, Stephen King, oltre a Philip Roth, di cui l’Accademia di Svezia si scorda, colpevolmente, ogni anno). Come tutti i vincitori, ha potuto tenere un discorso; e lei, invece di dire…

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