Fantasmi allo specchio

Allo specchio, tutto ciò che vedo è una realtà distorta, ingannevole, minacciosa.

Fantasmi di persone ormai perse per strada, spaventosi spettri di antiche situazioni.

Guardo una superficie forse un po’ troppo affollata di oscure parvenze, e ripenso.

È davvero ostile lo sguardo di chi si prende cura di me? Le persone che mi capita di incontrare sono davvero pronte a pugnalarmi alle spalle, non appena abbasso la guardia?

Mi allontano per un po’, soprattutto dalle mie fantasmatiche creazioni, che oggettive non sono.

Meno

Il primo mese dell’anno è trascorso all’insegna del “meno”.

Un affaccendarsi grigio, monotono, vuoto: commissioni,  faccende domestiche, mansioni lavorative ormai stra-note.

Molto dovere e poco piacere, ed è chiaro che quel “meno” riguarda la vita, il senso di pienezza e soddisfazione che dovrei provare.

Ma è proprio giusto pensare che questo vuoto sia qualcosa di negativo? Che il fallimento sia qualcosa di inaccettabile? O non è forse la necessaria premessa a qualcosa di nuovo, di diverso?

happy new year…

Una volta avevo l’abitudine di dire addio all’anno ormai terminato con un bilancio, e di salutare l’anno nuovo con buoni propositi rituali, la maggior parte dei quali naufragavano miseramente dopo qualche mese o pochi giorni, nei casi peggiori.

Quest’anno le cose sono andate diversamente, e non per una esasperata ricerca di anticonformismo. È che, per la prima volta nella mia vita, ho avvertito il passaggio al nuovo anno come un rito sterile, obbligato, poco sentito. Avrei di gran lunga preferito prepararmi una bella cenetta da sola, e poi mettermi a leggere davanti al camino acceso, piuttosto che essere trascinata in un ristorante con parenti e amici di famiglia, a trangugiare esperimenti culinari di dubbio gusto.

Magari sono io ad essere diventata amara e scontrosa, ma come non esserlo, quando la maggior parte dei rapporti umani finiscono per ridursi agli alimenta misantropiae di schopenhaueriana memoria?

Dicono che questa cosa si chiami “holiday blues”, depressione da festività. E allora aspettiamo che passi, insieme all’influenza che mi costringe a letto, lontana dai pochi ma sentiti impegni che ho.

Abbiamo bisogno di scrittori che si ricordino della libertà

“La resistenza spesso comincia con l’arte, e ancora più spesso con la nostra arte, l’arte delle parole”.

Grafemi

Sono sempre stato del parere che il vero scopo di chi legge è trovare le proprie parole – quelle che si volevano dire da sempre – nei libri o nei discorsi degli altri: il piacere di vedere il proprio pensiero messo su carta, in un modo che noi non saremmo neanche riusciti a immaginare.

Ieri mi si è rinnovato quel piacere leggendo il discorso che Ursula Le Guin ha tenuto qualche giorn fa, ricevendo la MEDAL FOR DISTINGUISHED CONTRIBUTION TO AMERICAN LETTERS, assegnata dalla stessa associazione che assegna il National Book Award, uno dei premi letterari più prestigiosi al mondo (tra gli altri vincitoro di questa medaglia ricordiamo Toni Morrison, John Updike, Arthur Miller, Norman Mailer, Joan Didion, Tom Wolfe, Ray Bradbury, Stephen King, oltre a Philip Roth, di cui l’Accademia di Svezia si scorda, colpevolmente, ogni anno). Come tutti i vincitori, ha potuto tenere un discorso; e lei, invece di dire…

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Rompere il ghiaccio

Il mio blog nuovo di zecca non mostra altro che uno spazio vuoto, così grazioso nel suo minimalismo da essere quasi zen. Come potrei turbare tanta perfezione?

Ma non ho aperto un blog per restare il contemplazione del vuoto.

Ci sono parole che devono essere trovate, discorsi da intessere. La pagina appare ora liscia e chiara come una lastra: non più uno specchio, ma una superficie ghiacciata.

Una lastra da ridurre in frantumi, in attesa del gesto creativo.